Immenso. Eppure, quando ci è stato proposto per il gruppo di lettura della libreria di fiducia, avevo storto un po’ il naso: il titolo non mi aveva convinta subito. Lo credevo, forse, troppo retorico. E invece di retorico questo romanzo non ha un bel niente. Che razza di libro! Che razza di libro, ragazzi! Qui c’è tutto e il contrario di tutto. Ci sono leggerezza e dolore, umorismo e patos, verità e finzione. Presenza e assenza. È un romanzo talmente denso nei temi e, però, lieve nello stile, che si fa fatica persino a parlarne. Di cosa parla, dunque? Proviamo.
La narrazione gioca su un continuo alternarsi delle vicende di uno scrittore di successo e quelle di un adolescente sottile e dalla pelle color ebano.
Il primo incontro con lo scrittore avviene nel bel mezzo di una scena esilarante: lo vediamo correre nudo nei corridoi di un hotel, inseguito da un uomo furioso che l’ha colto a letto con sua moglie, e lo vediamo entrare per un soffio in un ascensore già occupato da un’amabile vecchietta con cui, una volta in salvo, comincia a chiacchierare. Presto, tuttavia, si scopre che non tutto ciò che lo scrittore racconta è attendibile; è lui stesso a confessare di avere un insolito disturbo di fantasia prorompente, che amplifica il reale e gli impedisce di capire se le persone che incontra siano vere o immaginarie. Si intuisce anche che lo scrittore è in fuga da sé stesso: le sbronze memorabili, le tresche, le interviste trasognate sono tutte strategie per sottrarsi all’impegno, alla sua storia, alla storia della sua gente; d’altronde, è la sua stessa casa editrice a imporgli di non prendere posizione in merito alle battaglie della comunità nera: «Non piantare bandiere da nessuna parte. Mai. Non impegnarti mai. Esisti e basta». E questo allo scrittore riesce facilissimo, anche quando sente parlare di una storiaccia che a detta di tutti dovrebbe indignarlo, scuoterlo, costringerlo all’azione: «Ha sentito di quel bambino? […] Quello alla tv. […] Terribile. Una cosa terribile».
Alle avventure dello scrittore si avvicendano quelle dell’adolescente Nerofumo, epiteto offensivo coniato da un bullo molesto in riferimento al colore scurissimo della sua pelle. I suoi genitori si affannano per provare a proteggerlo dalla cattiveria del mondo, insegnandogli il superpotere dell’invisibilità, perché solo quando saprà rendersi evanescente, Nerofumo sarà in salvo dalla violenza e dai soprusi contro i suoi simili. Sparire, puf, sfumare via. Ma è veramente questo che può desiderare un essere umano?
«Volevo che mi vedessi, solo questo».
«Bene, considerati visto» dico.
[…] “Volevo che mi vedessi”. È una cosa bellissima da dire a una persona. Non è quello che vogliamo tutti? Essere visti? Prima di andarmene mi inchino verso di lui e dico, nel mio tono più sincero: «Ti vedo».
Con una narrazione dal ritmo incalzante e sostenuto, le vicende dello scrittore e quelle di Nerofumo vengono a intrecciarsi attraverso la figura chiave di Ragazzino; in questa storia, però, tutto sfugge, niente è davvero come sembra, anche quello che si dà per scontato. E non importa davvero, in fin dei conti, ricostruire la trama, ridefinire le identità, sbrogliare la matassa. Perché Che razza di libro! è un romanzo colossale, paradigmatico, in cui tutto combacia e insieme si deforma in divenire, per farsi libro-contenitore dell’immenso dolore dei non visti, dei non ascoltati, dei contraddetti, di tutti i neri ammazzati sull’asfalto per il solo fatto di essere neri. E il bello di Che razza di libro! è che dà persino spazio ai carnefici, responsabili dei fatti di sangue che costringono le madri a vivere nella paura più cupa per la sorte dei figli, a farsi dure, spietate nel tentativo di prepararli al loro destino di sopraffazione impotente.
Jason Mott ha compiuto un’impresa che può riuscire solo a chi ha il dono più autentico della scrittura, elaborando un’imponente opera metaletteraria allo stesso tempo profondissima e giocosa, talvolta commovente, ma mai patetica. Un libro multiforme e variopinto, talmente sorprendente da farvi esclamare, a lettura ultimata: Che razza di libro!
Iaia
