Gennaio-dicembre 2021: zero incursioni sul blog. Gennaio 2022: tre libri letti e il bisogno di tornare a parlare delle mie letture. So, here I am.
Dopo aver cominciato alla grande con Il giro di vite di James (che mi ha spinta a mettere in whishlist Washington Square e Ritratto di signora) e aver proseguito alla grandissima con Ottavio di Saint-Vincent di Landolfi (autore che ho seriamente intenzione di approfondire), sono caduta di nuovo nella trappola della seduzione esercitata dai contemporanei, e ho pescato dalla mia libreria un NN Editore risalente al 2016 ma finito sui miei scaffali solo qualche mese fa, durante il periodo di sconti della casa editrice. Si tratta di Katherine, di Rupert Thomson, romanzo che comprai spinta dalla convincente videorecesione di una booktuber che stimo. Il colpo di fulmine, tuttavia, non è scattato.
È la storia di Katherine, per tutti Kit, una giovanissima inglese che risiede da anni a Roma, precisamente da quando la madre, malata di cancro, espresse il desiderio di vivere (e morire) nella città eterna. La ragazza ha una storia singolare: è nata da fecondazione in vitro dopo essere rimasta congelata per ben otto anni. Ed è proprio la Kit embrione, conservata in un luogo freddo e buio, che viene presentata nelle primissime pagine al lettore. La Kit 19enne, invece, è una ragazza inquieta. Il padre la lascia sola per lunghi periodi di tempo a causa delle impegnative trasferte di lavoro da corrispondente; non basta la compagnia degli amici a colmare un vuoto profondo che avverte dentro, così simile al gelo nero di quegli anni letargici che hanno preceduto la sua nascita, e che lei sembra quasi ricordare.
Così Kit decide di interpretare messaggi apparentemente casuali come parti del disegno che il destino le riserva. E quando ascolta per caso al cinema la conversazione di una coppia inglese, si convince che i due, parlando del conoscente tedesco Klaus Frings, di cui citano anche l’indirizzo di residenza, le abbiano indicato la via da percorrere: pianifica, quindi, un viaggio a Berlino, prima tappa di un itinerario che andrà definendosi man mano che il destino le offrirà altri messaggi.
Kit fa capolino nella vita di Frings, poi incontra altri personaggi, si caccia seriamente nei guai e ne esce; quindi si sposta a Nord, sempre più a Nord, fino a raggiungere un villaggio sperduto ai confini estremi della Russia, verso il freddo, verso il buio, stando bene attenta a non lasciare traccia del suo cammino, perché non intende essere ritrovata né dal padre né da altri. Fino a svanire.
Al netto di una scrittura quasi scientifica, non manca la poesia in questo romanzo: la troviamo nei passaggi che descrivono il rapporto fra Kit e la madre malata, la troviamo in certi personaggi e in alcuni delicatissimi momenti narrativi. È un libro che racchiude un’umanità sfaccettata e sorprendente. Questo suo punto di forza non basta, però, a farne davvero un romanzo memorabile. Il cammino di Kit appare irrazionale e capriccioso, e il suo vero significato sfugge del tutto. È certamente un ritorno alla sua dimensione embrionale, ma più si procede nella lettura, più si perde il senso e si resta in attesa di un chiarimento, un colpo di scena, un evento spiazzante che, purtroppo, non arriva. Si giunge, invece, a un finale debole e sicuramente prevedibile.
In definitiva, non un cattivo libro, ma una lettura che certo non lascerà il segno (forse rimarranno vividi solo alcuni personaggi e alcune tele).
Buoni propositi per il 2022: leggere più classici e romanzi del Novecento e imparare a non rispondere sempre al canto delle sirene dei contemporanei, perché spesso risultano inconsistenti e mancano d’intensità e significato.
Iaia
