Cambiare l’acqua ai fiori è un successo letterario. Le recensioni del libro sono tutte lusinghiere e ne ha parlato benissimo anche Nadia Terranova, del cui parere mi fido. Ho seguito l’intervista streaming che la stessa Terranova ha fatto a Valérie Perrin, quindi mi sono convinta a leggere il romanzo, che prometteva di emozionare sino alle lacrime. Mi piace lasciarmi scuotere dalle mie letture. Eppure, Cambiare l’acqua ai fiori non ha toccato nessuna corda profonda, non ha fatto vibrare il mio animo, in definitiva non mi ha turbata affatto. Delle due l’una: o sono irrimediabilmente insensibile, oppure non è il capolavoro tanto acclamato.
A mio avviso, il romanzo ha vari punti deboli, primo fra tutti la trama inverosimile. L’impressione che sia stata costruita a tavolino è forte, ed è proprio la perfezione dell’intreccio a trasferire l’idea della finzione. Alcuni personaggi rappresentano degli stereotipi fin dal nome, che in molti casi ne definisce la personalità. La protagonista è la serafica Violette, guardiana del cimitero di Brancion-en-Chalon. I suoi più cari amici sono i necrofori della cittadina e ha per vicini di casa i defunti del posto. Sin dalle prime pagine Violette racconta la sua vita difficile, ma soltanto a metà libro scopriamo che nel suo passato ha vissuto un dramma davvero terribile, intorno al quale si sviluppa la seconda parte a tinte gialle del romanzo.
Il libro combina diversi generi, dallo spirituale al rosa, fino, appunto, al giallo: resta incastrato, quindi, nella narrativa di genere, ben lontano dalla letteratura. Nemmeno lo stile di Perrin riscatta l’opera. La prosa è modesta, manca una vera ricerca linguistica e formale e si osserva il ricorso eccessivo all’aforisma e alla frase fatta, che spesso rendono la narrazione stucchevole.
Cambiare l’acqua ai fiori nasce con la precisa intenzione di emozionare attraverso una storia di amore-morte-e-rinascita, e credo che abbia appassionato tanti lettori grazie a una sapiente costruzione dell’intreccio. L’eccesso di sentimentalismo, il ricorso all’espediente del mistero da risolvere e l’assenza di uno stile narrativo robusto in grado di sostenere letterariamente la trama fanno del libro un prodotto commerciale, non troppo distante da una qualunque fiction.
Cambiare l’acqua ai fiori mi incuriosiva molto e l’ho aperto senza alcun pregiudizio: al contrario, ero persuasa che fosse un’ottima lettura post-lockdown. La conclusione, però, è che questo libro si fa leggere, è scorrevole – fin troppo – e scivola via senza lasciare traccia. Da tempo, invece, esigo che i libri mi sconvolgano sul serio, e non per la trama intricata, né per un colpo di scena a effetto, ma per un punto di vista inconsueto, una rappresentazione del mondo autentica oppure uno stile narrativo folgorante. Ecco perché ho pianto quando *ALLERTA SPOILER* Rosasharn ha offerto il suo seno materno al moribondo sfinito dalla fame in Furore, o quando nella Vita davanti a sé Momo ha trascorso tre settimane in lacrime accanto al cadavere Madame Rosa, o quando il concetto di storia mi si è conficcato nel cuore leggendo Il sentiero dei nidi di ragno.
