‘L’evento’: il dovere di scrivere

Ho provato a stendere l’incipit di questa recensione almeno una decina di volte, ma avevo come l’impressione di non riuscire a trovare le parole giuste. Addirittura di non sapere bene cosa scrivere sull’Evento di Annie Ernaux per trasferire nel modo esatto la sua forza, benché ci sia da dire tantissimo. O forse proprio per questo: sono paralizzata dalla potenza che tale oggetto compatto e immenso esercita sul mio animo. Allora ho deciso di cambiare approccio. Di cominciare da me, dal turbamento che L’evento ha esercitato sulla mia coscienza mentre procedevo con la lettura. Su di me: donna, privilegiata, nata più di dieci anni dopo l’approvazione della 194, cresciuta con l’idea che, qualora fosse stato necessario, sarei ricorsa all’IVG. Di quello che accadeva prima ho sempre sentito parlare, ma nessuna narrazione è stata in grado di rivelarmi l’argomento come ha fatto questo volume, consentendomi la piena comprensione di cosa volesse dire subire la negazione di un diritto.

Mossa dall’imperativo categorico della testimonianza, Annie Ernaux ha vivisezionato la sua vicenda autobiografica, l’ha ricomposta e ci ha fatto dono di un libro che io – in quanto donna, privilegiata etc. (ut supra) – ho il dovere di far conoscere a quante più persone possibile. Perché, quantunque sembrino ormai assodate, bisogna continuare a difendere certe conquiste civili dagli slogan spaventosi di chi le mette in discussione. Di più: se è vero che la legge oggi garantisce alle donne il diritto a un aborto sicuro nelle strutture sanitarie pubbliche, è pur vero che sono troppi i medici obiettori che ne impediscono l’applicazione, inducendole in tanti casi ancora alla clandestinità o a una scelta forzata.

L’evento è un libro fondante: non solo una cronaca schietta del calvario che le donne affrontavano per interrompere la gravidanza, ma soprattutto una vicenda che assurge a modello, inserendosi in una cornice sociale di cui a poco a poco si rivela l’ipocrisia.

Nell’ottobre del 1963 Annie ha ventitré anni, studia a Rouen e attende invano il ciclo mestruale. Ben presto capisce che non le verrà e che nel suo ventre sta crescendo una creatura indesiderata: «È orribile: sono incinta», annota sul suo diario dopo la visita ginecologica. Intorno a lei la vita scorre leggera; dentro c’è un macigno che la schiaccia, costringendola a ridefinire le sue priorità: così la stesura della tesi passa in secondo piano, come pure le amicizie, le uscite, la vita universitaria. Sa dal primo momento che abortirà, ma ignora le difficoltà che incontrerà per riuscirci.

La prospettiva di abortire non mi spaventava. Mi sembrava una cosa, se non facile, perlomeno fattibile, che non richiedeva nessun particolare coraggio. Una prova come altre. Bastava seguire la strada sulla quale legioni di donne mi avevano preceduta.

Annie subisce la violenza di un consorzio umano che la costringe a occuparsi della sua condizione in fretta e da sola, e si scontra con l’indifferenza dei dottori, con la difficoltà di trovare qualcuno disposto a infrangere la legge, con una realtà kafkiana in cui per ottenere le indicazioni giuste occorre anche un po’ di fortuna. Col passare dei giorni il lieve brusio dell’apprensione che preme sul petto si trasforma nel rombo di un’angoscia totalizzante. Il lettore vive insieme ad Annie un tempo di concitazione rarefatta, di attesa disperata; frattanto la comunicazione fra lei e gli altri si distorce fino a spezzarsi, costringendola a una profondissima solitudine. Gli uomini che ha intorno non sono solo i medici inflessibili che la condannano alla clandestinità e al rischio di morte, ma anche coetanei che scambiano la sua condizione per una dichiarata disponibilità sessuale.  Stupisce l’ipocrisia di una società (solo quella degli anni Sessanta?) che, mentre si trincera dietro una legge per negare un intervento in sicurezza, è pienamente consapevole che migliaia di donne ricorrono in silenzio all’aborto clandestino, e non ha minimamente a cuore loro sorte. Ecco cosa conta: la discrezione di chi va al macello.

Era impossibile determinare se l’aborto era proibito perché era un male o se era un male perché era proibito.

A sostenere la narrazione dei fatti nella loro spietata crudezza la prosa “esatta” di Ernaux, il cui stile resta asciutto e sobrio anche nei momenti di furore narrativo. D’altronde, intervallando il racconto con riflessioni sulla necessità della testimonianza, ci rende partecipi dello sforzo continuo che compie per offrirci la sua storia nella maniera più precisa possibile, senza interferenze o distorsioni.

Concludo con le parole della stessa Ernaux:

Può darsi che un racconto come questo provochi irritazione, o repulsione, che sia tacciato di cattivo gusto. Aver vissuto una cosa, qualsiasi cosa, conferisce il diritto inalienabile di scriverne. Non ci sono verità inferiori. E se non andassi fino in fondo nel riferire questa esperienza contribuirei a oscurare la realtà delle donne, schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo.

Leggete L’evento.

Iaia

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