‘La rampicante’: cominciare male l’anno

Di solito non presto troppa attenzione al periodo dell’anno in cui mi dedico a un determinato libro, perché non credo che la stagione fredda o calda possa in qualche modo influire sulla lettura (le stagioni dell’anima, invece, hanno un grande ascendente sulla recezione di quello che si legge, a mio avviso). E, in ogni caso, non è per un eventuale rapporto fra momento e lettura che questa volta ho fatto particolarmente caso a ‘quando’ ho cominciato a sfogliare La rampicante di Davide Grittani. Il motivo, semmai, è che ho intrapreso questa lettura a gennaio 2020, e in un certo senso desideravo iniziare l’anno con un libro se non sconvolgente, perlomeno godibile. Ma così non è stato, purtroppo.

Se dovessi definire con un solo aggettivo La rampicante, sarebbe ‘inutile’, forse il peggiore che si possa attribuire a un libro, perché indica l’assenza di un rapporto fra il suo contenuto e il lettore.

In effetti, la lettura del romanzo mi ha incuriosita all’inizio, annoiata più avanti e irritata alla fine, e in definitiva non mi ha lasciato nulla, se non un po’ di amarezza per il tempo perso. Quasi tutto è disallineato in questo libro, a partire dalla meravigliosa copertina che non si addice ai suoi contenuti ‘ingombranti’ (leggi ‘troppo significativi per dare a ciascuno lo spazio che meriterebbe’) e mal cuciti insieme.

Il limite maggiore della Rampicante risiede nel fatto che vengono introdotti numerosi temi succulenti, ma sembra che all’autore manchi il coraggio per affrontarli come si deve. E tutto resta sospeso, irrisolto. La materia prima del romanzo è troppo densa: adozione, adolescenza, tensioni familiari, malattie mentali, crisi di coppia, usura, donazione degli organi, terremoto. Che bomba!, direte. Inesplosa, rispondo.

Appena adolescente, Riccardo scopre di essere stato adottato, ma la sua famiglia nega caparbiamente l’evidenza, inducendolo a un rancore che lo accompagnerà per tutta la vita. Adulto, Riccardo si sposa e va a vivere in un appartamento soffocato da una rampicante. Contestualmente si trasferiscono nel quartiere Costanza e sua figlia Edera, una bambina che sente le voci – «i padroni della testa».

Chi è davvero Edera? Perché diventa così speciale per Riccardo? Se la storia di Edera, che di per sé è incredibilmente potente, fosse stata affrontata con più ardimento, attingendo alla poesia e rinunciando alla mera descrizione, sarebbe valsa l’intera lettura. Invece la bambina rampicante resta indefinita, presente in tutte le situazioni, ma mai a fuoco. E poi accadono tante (tantissime!) altre cose, molte delle quali sono talmente incredibili da risultare inverosimili.

Nemmeno lo stile narrativo è degno di nota: la scrittura è anonima, senza guizzi.

Questo libro è insieme troppo e troppo poco, e anche questa recensione stitica risente della sua materia vaga e confusa.

Chiuso il libro, mi sono ripetuta una specie di mantra: d’ora in poi solo libri belli (e quindi ho approfittato del -25% sugli Adelphi per fare incetta di piccole meraviglie).

Iaia


Davide Grittani, La rampicante, Liberaria, Bari 2018, 222 pp.

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